11 maggio 2017

L'antica rocca di San Servolo (Socerb, in sloveno)

E' un occhio d'aquila appollaiato sul margine del ciglione carsico. Un posto da dove si dominava Trieste. Da quassù la città e le acque di Muggia e Capodistria sembrano a portata di mano.
San Servolo Socerb
A causa dell'ottima posizione geografica, in passato il castello fu spesso
oggetto di contese nelle guerre tra Venezia e Trieste.
Così devono aver pensato i comandi partigiani di Tito, che vi insediarono la sede della '"intelligence" ed anche quella, inevitabilmente connessa, di tribunale del popolo quando erano proiettati nel sogno inconfessato del "Trst je nas" (Trieste è nostra).
San Servolo Socerb
Dopo gli anni della dominazione fascista la rocca venne a trovarsi lungo
la  linea di confine della nascente "cortina di ferro": il confine tra Italia
e Jugoslavija negli anni della guerra fredda passava proprio da qui: ver-
so Trieste c'era la zona A e verso l'Istria la zona B.
Era un punto di vista che vedeva, come Mao Tze Tung del resto, le città come espressione della campagna circostante, e quindi subordinate ad essa.
Una visione agli antipodi dell'affarismo commerciale e finanziario della cosmopolita borghesia triestina, che dipendeva dai traffici del porto.
Anche se la ricca, commerciale e cosmopolita Trieste veniva quotidianamente alimentata dal retroterra contadino che era compattamente slavo e che le forniva quanto serviva per vivere: latte, verdura e carne in anni in cui
San Servolo Socerb
Il suo aspetto odierno differisce notevolmente da quello riportato dallo
storico Valvasor nel suo "Gloria del Ducato della Carniola" (1689) dove
descrive nel dettaglio anche la vicina Grotta Santa.
nessuno aveva ancora in casa il frigorifero.
Attualmente è di proprietà privata ed è stato trasformato in ristorante (che ne deturpa l'interno).

La storia del castello di San Servolo inizia nel Decimo secolo.
L’insediamento, il cui nome deriva dal santo compatrono di Trieste assieme a San Giusto, viene nominato per la prima volta nel 1040.
San Servolo Socerb
San Servolo in un'altra stampa del Valvasor (1689).
Dopo la pace di Worms, la fortezza divenne sede di una signoria e prese a vivere di agricoltura: vi facevano capo i territori del vecchio agro triestino; recuperò inoltre i villaggi di cui era stata spossessata nel passato.
La torre originaria venne eretta per arginare l’arrivo degli ungari che dalla prima metà del X secolo iniziarono a depredare i territori più floridi del centro Europa.

1 maggio 2017

Da "Roll over Beethoven" a "Rock Partizani": il rock in opposition nella Jugoslava di Tito...

I "Bielo Dugme" (traduzione: "Bottone Bianco") sono stati il gruppo rock più famoso della Jugoslavija di Tito. Nel corso della loro carriera realizzarono ben tredici album: il primo nel 1974 e l'ultimo nel 1989.
Nella versione dei Bijelo Dugme il pezzo di Chuck Berry diventa "Ne spavaj mala moja muzika dok svira (non dormire mentre suono la mia musica") e non perde un grammo di energia. Oggi Bregovic - anche grazie allo stretto legame con il regista Emir Kusturiza - è diventato un poliedrico musicista di levatura internazionale.
Anche se all'epoca qui in Italia gli Jugoslavi erano considerati retrogradi,
analfabeti e ignoranti, in realtà negli anni Sessanta per molti aspetti sia
il costume che l'apertura mentale erano molto aggiornati. Già nel 1968 la
balera di Abbazia faceva ascoltare e ballare"Light my fire" dei Doors, che
invece qui  a Trento doveva ancora arrivare...
Venne fondato da Goran Bregović, che fu il leader della band fino allo scioglimento nel 1989. Nella sua adolescenza Bregović aveva frequentato la scuola musicale per violinisti di Sarajevo, dalla quale venne espulso per "poco talento".
Poco dopo l'espulsione, la madre comprò a Bregović una chitarra, evento che determinò la nascita dei "Bijelo Dugme".
Il gruppo, forse perché proveniva dal cuore del Paese, ossia dalla Bosnia-Erzegovina, di fatto rappresentò l'unità spirituale della Federazione, mostrando l'esistenza un comune spazio culturale fra gli slavi del sud, al di là delle infinite differenze etniche, linguistiche, religiose e storiche.

21 aprile 2017

La porzina coi capuzi en caldaia, una tradizione tutta triestina...

La "porzina coi capuzi" è la coppa di maiale lessata da mangiare con crauti, senape e rafano. Una formula che fa impazzire i triestini, che fanno la fila davanti ai buffet cittadini...
porzina coi capuzi capocollo con crauti
Oltre che con i capuzi garbi (che sarebbero i crauti) e con la brovada di
rape
 (i poco noti Rübenkraut tirolesi) è ottima tutte le verdure invernali,
tipo le verze o i finocchi en tecia. Una spolverare di kren (rafano) fresco
grattugiato è di rigore. Alcuni usano anche bollirla dentro le zuppe inver-
nali, come la minestradi orzo e la jota.
La porzina vien fatta con la carne fresca della coppa del maiale (cioè quella parte della spalla da cui si ricava anche, insaccandola, l'ossocollo).
E' un pezzo di carne rosea, venata di sottili filamenti di grasso (se è troppo magra diventa stopposa) sui due-tre chili di peso, che viene fatta bollire intera in acqua salata.
porzina coi capuzi capocollo con crauti
Nei buffet triestini la porzina coi capuzi viene servita anche nel classico
panino da mangiare in piedi al banco di mescita o da portare via.
Per fare la porzina da caldaia bisogna procurarsi un bel pezzo di ossocollo (coppa) di maiale. Servono poi alcune foglie di alloro (laverno), un paio di spicchi d’aglio, pepe in grani e vino bianco.
Basta mettere l’acqua sul fuoco e aggiungere le spezie e il vino e, quando l’acqua sta per bollire, immergere l'ossocollo e continuare la cottura a fuoco molto lento per due o tre ore e anche più.
Per tradizione la porzina si accompagna ad unico e solo contorno: i capuzi garbi con la birra alla spina.

15 aprile 2017

Il baccalà alla vicentina, un pesce che dall'Atlantico è finito sulle mense adriatiche...

...che a dispetto del nome si fa con lo stoccafisso seccato al sole e al vento di Norvegia, e non col baccalà conservato sotto sale. E infatti...
baccalà alla vicentina
Il baccalà alla vicentina si prepara mettendo lo stoccafisso a bagno per
tre giorni in acqua, per ammorbidirlo. Poi va ridotto a pezzetti, infarina-
to e cotto a lungo a fuoco lentissimo in un tegame di coccio assieme ad
abbondante cipolla. Ricoperto di latte e olio in uguali quantità, va me-
scolato a lungo avendo cura di non trasformarlo in baccalà mantecato.
...nel 1432 il nobile veneziano Piero Querini con la sua cocca carica di vino cretese, sacchi di pepe, spezie, profumi e broccati, doppiate le Colonne d'Ercole, faceva rotta a Nord, diretto ai porti della Lega Anseatica per farvi commercio delle sue mercanzie orientali.
Ma a Cadice fece naufragio, forse per colpa del "pedota ignorante, accostati alla bassa di S. Pietro, toccammo una roccia ed il timone uscì dalle cancare con grande pregiudizio...
baccalà alla vicentina
Il merluzzo essiccato andrebbe chiamato stoccafisso (a sinistra) e il ter-
mine baccalà andrebbe riservato ai merluzzi conservati sotto sale (a de-
stra). Nelle terre che s'affacciano sull'Adriatico, invece, si tende a chia-
mare baccalà anche lo stoccafisso, che con questo nome è entrato nelle
tradizioni culinarie delle popolazioni rivierasche.
Erano cinquantasette
marinai e solo dodici, calati in scialuppa, arrivarono alle isole Lofoten, in Norvegia".
Il Querini vi trovò quelli che chiamò "pesce-bastone", merluzzi stesi ad asciugare al sole e al vento.
Portò in Italia il merluzzo secco che però non fu subito apprezzato.
Più tardi, invece, si diffuse anche in posti vicine al mare perchè la sua conservabilità ne faceva un'alternativa al pesce fresco, facilmente deperibile.
Oggi la maggior parte dello stoccafisso norvegese viene esportato verso l'Italia (oltre due terzi) e verso la Croazia, dove è chiamato bakalarh.

11 aprile 2017

Cartoline adriatiche: le scoazze della Serenissima

Fra i riti del risveglio della città lagunare ce n'è uno da cui non si scappa: portar via le scoazze (o scovazze che dir si voglia).
venezia sconta

7 aprile 2017

Il burek, pasta sfoglia farcita con carne macinata, formaggio o verdure.

E' fatto di sottile pasta sfoglia riempita con carne, verdure e formaggi freschi. Proviene dalla tradizione culinaria turca ed è poi risalito lungo i Balcani nei secoli dell'impero ottomano.
Maiale sì, maiale no: dove prevale l'influsso musulmano non viene mai
farcito con carne di maiale (proibita dal Corano), mentre in Serbia, che
è un paese cristiano, ha una alta percentuale di carne suina. Ma il burek
è risalito fino alla Croazia e alle sue meticce isole dalmate.
La pasta sfoglia, prima di es-sere infornata, viene spalmata col giallo d'uovo sbattuto.
Il nome deriva dal turco börek (arrotolato) e nei paesi della ex-Jugoslavija, il burek viene comunemente consumato a mattina, mezzogiorno e sera ed è conosciuto anche sotto il nome di pita.
Nelle sue molteplici varianti regionali, il burek può essere di forma rotonda, a spirale, ma la sostanza non cambia...

30 marzo 2017

L'Hotel Imperial di Abbazia (che era nato come "Hotel Kronprinzessin Stephanie")

L’Hotel Imperial è, in ordine di tempo, il secondo hotel di Opatija. Fu inaugurato nel 1885 con il nome di "Kronprinzessin Stephanie".
hotel imperial opatja
Il primo albergo aperto ad Abbazia fu l'hotel Kvarner, che si affacciava di-
rettamente  sul mare e il secondo fu questo, che invece stava dall'altra par-
te della strada (qui lo vediamo in Google Street View).
Hotel Stephanie Opatija
Questo era l'aspetto dell'Hotel Imperial nel 1912, quando ancora si chia-
mava "Hotel Stephanie", stesso nome della fermata servita dal tram che
da Mattuglie portava fino a Laurana (e stesso nome del rifugio sul Monte
Maggiore). Le teste coronate austroungariche salivano alla Südbahnhof
di Vienna  e scendevano qui...
C'è stato un tempo in cui la Kronprinzessin Stephanie andava per la maggiore da queste parti.
Era stata data, ancora bambina, in matrimonio contrattato a quel Rodolfo d'Asbusrgo che poi fece scalpore per il suo scenografico suicidio assieme alla giovane amante Maria Vetsera.
All'infelice Stephanie (che dall'arciduca Rodolfo aveva contratto la gonorrea che giustificò la conseguente richiesta di divorzio: già, non poteva procreare) venne intitolato anche il rifugio alpino situato alla sella di Poklon, sul Monte Maggiore di Fiume.
Hotel Imperial Opatija
La sua grande sala dorata continua ad essere molto ambita e ad ospitare
cerimonie, eventi e e pranzi importanti.
Tra le teste coronate ospitate dall'hotel figurarono perfino l'imperatore Francesco Giuseppe e la sua controparte germanica Guglielmo II furono tra i notabili che soggiornarono nell'albergo nel corso del XIX secolo.
Gli stili che compongono l'Hotel Imperial sono una fusion del gusto neoclassico, tendenza eclettica sviluppatasi negli anni a cavallo tra fine Ottocento e inizio del Novecento.
In quegli gli anni Abbazia si affermava come moderna cittadina turistica e stazione balneare con frequentazioni da tutta europa.