11 novembre 2017

Di qua o di là dal fiume? "De qua era i Fiumani de la era i Rijeciani".

Ancora oggi statistiche, dati demografici, mappe geografiche, tutto spinge a identificare la città col "downtown" a Ovest del fiume, dimenticando che ad Est s'estendeva il vasto quartiere di Susak, interamente slavo e proletario, senza contare che l'entroterra era compattamente slavo.
Il fiume Eneo (per gli italiani) o Rijecina (per gli slavi) in una fotografia
del 1928, quando segnava il confine fra le due "mezze-città", che erano
collegate dal ponte pedonale ad arco rovesciato, ben visibile nella foto.
A sinistra la Jugoslavia, a destra l'Italia. La città bifronte disponeva di
due approdi portuali distinti.
Dal 1924 al 1941 il confine tra Regno d'Italia e Regno di Jugoslavia era segnato dal fiume che separa il centro-città italiano dal popoloso quartiere di Susak, l'oltre fiume slavo.
Un ponte pedonale tagliava a metà una città che non era affatto "compattamente italiana" ma invece multiculturale, un porto franco di confine meticcio fino al midollo, e circondato da un entroterra contadino compattamente slavo. Un'enclave in mano ai possidenti italiani in un mare slavo, come Hong Kong è stata un'enclave inglese in un mare orientale. La città aveva due porti: quello italiano (più grande) e quello di Susak (Port Baross).

21 ottobre 2017

La mussolera di Trieste

La mussolèra, ossia la venditrice di mussoli, le grosse vongole grigiastre che si annidano fra gli scogli del litorale triestino. Gli intenditori li degustavano dal vivo con una spruzzata di limone.
mussolera mussolo trieste
Il banchetto della mussolàra in un magistrale scatto di Ugo Borsatti, il
Cartier Bresson triestino, del 1955. Oggi sarebbe celebrato nei blog dei
cultori dello "street food" che letteralmente significa "cibo di strada" ma
che fa pensare al "cibo del popolo".
mussolera mussolo trieste
Questa sorta di "cozza chiara" vive attaccata agli scogli del litorale ed è
pescata agganciandola con un rampino metallico. 
"Il profumo del mare non si può riprodurre. Ma, in quel 27 novembre 1955, è davvero invitante: la mussolera, la venditrice dei saporiti frutti di mare, offre la "mercanzia" ai passanti. Il suo banchetto in via Sorgente è uno dei tanti sparsi in varie zone di Trieste: banchetti al femminile perchè i titolari sono sempre donne. Chissà perché è un mestiere cui i maschi non ambiscono. Caratteristica curiosa: ogni banchetto ha in dotazione un asciugamano, uno solo, per pulirsi dopo il pasto. Ma nessuno si scompone. Da allora sono passati quasi cinquant'anni. Eppure ancor oggi, chi vede la "mia" mussolera e il suo "ristorante" all'aperto e non è più giovanissimo, ricorda con rimpianto gli ottimi molluschi praticamente scomparsi. Un giorno sono in studio e scorgo un'anziana signora inginocchiata davanti alla vetrina in cui è esposta una copia della foto. Penso che possa star male e le chiedo: "Va tutto bene?" Senza neanche rialzarsi, si volta verso di me e, guardandomi dal basso in alto, mi dice con voce tremula: "Me par de sentir l'odor"." (dal sito www.ugoborsatti.it)

14 ottobre 2017

La disavventura di Pietro Querini, il veneziano che portò lo stoccafisso dalla Norvegia

A Venezia il merluzzo era chiamto baccalà, per asso­nanza col bacalau spagnolo e il ba­calhao portoghese (entrambi derivati dal latino baculus, che significa bastone) ma nel nord Europa il mer­luzzo era invece chiamato stockfish (da stock, bastone e fish o vish, pesce). Ma com'è che a Venezia il nordico e duro stoccafisso viene ancora oggi chiamato baccalà?
baccalà stoccafisso
La rotta del viaggio del mercante veneziano Pietro Querini dalla
mediterranea isola di Creta al largo dell'Irlanda, dove l'equipag-
gio abbandonò la nave e si affidò alla buona sorte. I sopravvissu-
ti approdarono a Rost, nella Norvegia settentrionale.
Era il 25 aprile 1431 quan­do una nave veneziana salpò dall'isola Creta al comando di Pietro Querini alla volta delle Fiandre (Belgio) con un carico di 800 barili di vino Malvasia, spezie, cotone, cera e altre mercanzie di valore.
L'equipaggio era composto da sessantotto uomini.
Di là di Gibilterra, il 14 settembre, il vascello venne sorpreso da ripetute tempeste che lo spinsero per giorni verso ovest, al largo dell'Irlan­da.
Nel mezzo delle tempeste si ruppe il timone e la nave disalberò andando così alla deriva per diverse settimane.
La nave seguì così la corrente del Golfo finchè il 17 dicembre l'equipaggio decise di abbandonare la nave semiaffondata e si divise su due scialuppe.
pietro querini
In 18 si imbar­carono sulla più piccola e in 47 sulla più grande, compresi i tre ufficiali. Della prima imbarcazione non si ebbe più alcuna notizia, ma la più grande dopo circa un mese, fra razionamenti di viveri e morti continue, toccò for­tunosamente terra il 14 gennaio 1432 nell'isola deserta di Sandoy,  nell'arci­pelago norvegese delle Lofoten, con soli 16 marinai superstiti tra cui lo stesso Pie­tro Querini.

La popolazione di Røst (che i veneziani chiama­rono Rustene, circa 120
abitanti) era dedita alla pesca e all'essiccazione dello stoccafisso. "Que-
sti di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e così le don-
ne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua
roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente
comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e
moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro
nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per
costume di stufarsi il giovedì, si spogliavano a casa e nudissime per il
trar d'un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl'uo-
mini (...)." (Pietro Querini, relazione al Doge)

I supersti­ti sopravvissero per undici giorni sulla costa nutrendosi di patelle e accendendo fuochi per scaldarsi finché furono av­vistati da pescatori dell'isola di Røst che li portarono in salvo ospitandoli nelle loro case.
I veneziani rimasero circa quattro mesi nell'isola, e Querini al suo ritorno scrisse una dettagliata relazione per il Doge e il Senato vene­ziano in cui illustrò come per alcuni marinai quell’isola era diventata una sorta di paradiso terrestre (e i disinvolti costumi del luogo ebbero a quanto pare la loro 
baccalà stoccafisso
"I stocafisi seccano al vento e al sole senza sale, e perché sono pesci di
poca umidità grassa, diventano duri come legno. Quando si vogliono
mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar sfi-
lati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore: ed
è grande e inestimabil mercanzia per quel mare d'Alemagna." (Pietro
Querini, relazione al Doge)
parte) tanto che al­cuni di loro non vollero tornare a Ve­nezia.
Comunque, dopo 101 giorni nell'ospitale villaggio di Rost, Querini deci­se di ripartire per Venezia portando con sé 60 stoccafissi seccati al vento.
Nel 500esimo anniversario del nau­fragio gli abitanti delle Lofoten hanno eretto un cippo in suo onore nell'isola di Rost, senza contare che un'isola delle Lofoten è stata chia­mata Sandrigøya, isola di San­drigo, in onore della città vicentina dove si tiene la sagra del baccalà e dove è stata anche intestata una piazza a Røst.
baccalà stoccafisso
L'importazione dello stoccafisso prosegue tuttora (in foto uno stockfish norvegese in un negozio di Bassano del Grappa) e l'abitudine di chiamarlo baccalà è rimasta anch'essa, anche se il termine baccalà andrebbe più correttamente associato al merluzzo in arrivo dal Golfo di Biscaglia che risulta da un'altro tipo di lavorazione: la conservazione sotto sale e lo stoccaggio in barili o casse di legno.

3 ottobre 2017

Ne siam kurve (noi non siamo puttane)

Ne siam kurve tuke siam prostitutke! (noi non siamo puttane, ma prostitute!): è tutta qui l'orgogliosa rivendicazione delle prostitute professioniste, che non vogliono essere confuse con le femmine senza dignità abituare a piegare la testa di fronte ai soldi e al potere: siamo battone, mica troie!
ne siam kurve goran bregovic
Ecco il link all'audio tratto dall'album di Goran Bregović
"Karmen With a Happy End", un suo lavoro del 2007. E a
proposito: non fidativi troppo dell'abborracciata traduzione
qui a lato perchè è mia: chiedo dunque venia.
Ecco come il bardo balcanico Bregovic propone un impietoso distinguo fra le professioniste del marciapiede e le vipparole mediatiche:
"Siamo sotto zero, care le mie signore impellicciate/i poliziotti hanno gli  stivali e noi indossiamo i tacchi a spillo./Ehi, Europa, hai bisogno di puttane?/Eccoci qui, 100 euro in contanti./Ehi, venite, fatevi avanti, sì, anche voi con la cravatta./Mica siamo puttane, siamo prostitute."

20 settembre 2017

La "pastizada dalmata" raccontata da Enzo Bettiza

Altrimenti noto come "gnocchi al sugo alla damata" o "goulasch alla dalmata" questo piatto è di lunghissima e laboriosa lavorazione...
pastizada pašticada
Gli ingredienti: polpa di manzo, cipolla, pancetta, aglio e prezzemolo,
spezie (timo, rosmarino, basilico e sedano essiccati e macinati), mela,
noce moscata e chiodi di garofano. E poi olio, aceto, sale e pepe.
pastizada pašticada
La pancetta, che deve essere di buona consistenza, va tagliata a strisce
grosse e la stessa cosa bisogna fare con l'aglio.
...che è stata magistralmente evocata, ambientata e ricostruita da Enzo Bettiza:
"L’ultima delle cinque leccornie sinfoniche, la pastizada, che in Austria diventava Sauerfleisch, richiedeva anch’essa una preparazione iniziale lunga, fermentante, di almeno quarantott’ore. Ho messo la pastizada al quinto posto soltanto per ragioni di ordine espositivo; ma essa rappre-sentava il piatto senz’altro più antico e più caratteristico della cucina di casa nostra e della cucina dalmata in genere. Poteva ricordare a prima vista un brasato di manzo. In realtà era un’altra cosa: era carne di manzo in salmì; manzo elaborato alla stessa maniera della lepre, della beccaccia del capriolo. Il taglio di bue, che doveva essere speciale, carente di nervature grasse, compatto e morbido ad un tempo,
pastizada pašticada
Mettere la carne in un grande contenitore, aggiungere le spezie fresche o
essiccate e versare aceto di mele. La carne nella marinata più volte. Va
lasciata a marinare nell'aceto per una notte intera.
veniva infatti preparato con imedesimi ingredienti usati nella lardellatura della lepre nera (bisognava “spicarla”, cioè lardellarne le carni aspre, fibrose e spesso nauseabonde inoculandovi, in dosi ben misurate, schegge di
pastizada pašticada
La mattina dopo la carne va cosparsa con un mix di sale e pepe.
lardo e di sale marino, spicchi d’aglio e di pancetta, con grani di pepe naturale e qualche chiodo di garofano) con una dose più cospicua di chiodi di garofano. Poi, proprio come la lepre, il blocco di carne “spicato” col lardo, l’aglio andava lasciato frollare per due giorni dentro una emulsione di vino e aceto; quindi veniva arrostito e, infine, lentamente consumato nello stesso liquido asprigno in cui era rimasto immerso prima della cottura. Il risultato terminale era quello di una metamorfosi quanto mai provocante e invitante il palato all’avventura: una carne
pastizada pašticada
Si passa quindi alla cottura in pentola, dopo aver aggiunto cipolla, spe-
zie secche schiacciate, funghi e acqua bollita in modo che la carne resti
coperta. Si lascia cuocere lentamente per bollitura.
non selvatica che, artificialmente conciata e scurita, sentiva quasi di selvaggina, sapeva come la lepre di acidulo raffinato e speziato, e galleggiava semiaffogata in un sugo marrone simile all’intingolo cupo del salmì…"

(Enzo Bettiza,  “Esilio”, Mondadori, Milano, 1998, pag. 226)

13 settembre 2017

Una "Portella delle Ginestre" in salsa triestina

13 settembre 1947: il circolo culturale sloveno di Scorcola (Trieste) subisce una "Portella delle Ginestre" in salsa triestina. La sua festa popolare viene attaccata a raffiche di mitra.  Il modus operandi dello stragismo fu da subito una firma inconfondibile destinata a durare nel tempo.
Milka Vrabec
Emilia Passerini, già Milka Vrabec. Uccisa dai fascisti triestini
che mitragliano un circolo sloveno in festa. L'arma s'inceppa e la
ragazzina è l'unica a restare uccisa, ma le intenzioni erano chiare.
I fascisti mitragliano la folla. Muore Milka Vrabec, una bambina di soli undici anni.
Lo stile non lascia dubbi: sparare nel mucchio per spaventare il popolo.
Da allora fino alla Strategia della Tensione degli anni Settanta lo stile dello stragismo fascista non è cambiato.
Stessa gente, stessi metodi, pratica-mente una firma politica, un DNA incarnato dallo stesso personale politico, da Junio Valerio Borghese a Pino Rauti.
L'Ozna di Tito aveva altri metodi: colpiva l'individuo, veniva a prenderlo di notte, rifuggiva il clamore e preferiva agire nell'ombra. Lo stragismo, invece, ha un'altra firma, ed è quella fascista.

10 settembre 2017

Settembre 1938: sono in pochi a ricordarselo, ma le italianissime leggi razziali debuttarono a Trieste

Siamo sempre noi: gli "italiani brava gente". E da dove decidiamo di annunciare le nostre leggi razziali se non dalla fascistissima Trieste?
trieste leggi razziali
Mussolini annuncia le leggi razziali in piazza Unità: 18 settembre 1938.
Il 18 settembre 1938 Benito Mussolini annuncia l'entrata in vigore delle leggi razziali. Lo fa da un palco appositamente installato in piazza Unità d'Italia a Trieste.
Aveva scelto Trieste perchè la conosceva bene e sapeva di giocare in casa.
E oggi? Solo nel 2013, dopo lunghe pressioni del Comitato Danilo Dolci, il Comune s'è piegato ad apporre sul selciato della piazza una targa che ricorda quell’evento.
trieste leggi razziali
Mussolini aveva di fronte una piazza stracolma e osannante: la peggior prova di cos'è stata Trieste, che Umberto Saba, conoscendola bene, aveva considerato "la città più fascista d'Italia".