17 febbraio 2018

I baby boomers italiani cresciuti a Fiume. La loro esistenza divisa e confusa.

Fu l'ingrato destino dei figli degli italiani che rimasero, "...un senso imperante di vergogna frammisto a un altro di fierezza, una confusione interiore..."
Fiume Rijeka
La Via Acquedotto è diventata oggi Vodavodna Ulica: "Mi hanno inse-
gnato a camminare lungo via dell’Acquedotto...".
Com'è forse successo per i Dableiber Sudtirolesi (che rifiutarono il trasferimento nel Terzo Reich) anche per i rimasti fiumani (che preferirono rimanere, ignorando che i titini erano anche parecchio nazionalisti) l'attaccamento, il senso di appartenenza ad un territorio in cui ci si sentiva profondamente radicati deve aver avuto il suo grosso peso nella decisione.
Fiume Rijeka
"...mi son sbucciata le ginocchia in Giardin Pubblico."
Per immaginare l'impatto psicologico sui bambini e ragazzini figli dei rimasti bisogna leggere la bella testimonianza di Tiziana Dabović, "Il silenzio dei rimasti", scritta e pubblicata a Fiume, nel 2012.
Da questa "testimonianza di una fiumana restàda" sono tratti i brani che seguono:
Fiume Rijeka
"Nella cattedrale di San Vito, col cuore aperto di Gesù sull’altare princi-
pale,  le prediche ci venivano impartite da un prete erzegovese: il časni,
ovvero venerabile, che io continuavo a chiamare časnik cioè ufficiale,
beccandomi regolarmente una penitenza."
"Non c’è stato attrito. Rimanere, abbracciare i nuovi arrivati, prestare mezza cipolla all’esotica vicina di casa, scoprire pian pianino le lingue balcaniche, imparare a pronunciare parole straricche di segni diacritici e di consonanti.
[...] Sono nata, dicevo, in Jugoslavia. Racchiusa in un tentativo di omertà mai resa palese. Ho parlato in fiuman. Mi hanno insegnato a camminare lungo via dell’Acquedotto, mi son sbucciata le ginocchia in
Fiume Rijeka
"I bambini di strada invidiavano quelle che noi ricevevamo dai parenti
d’Italia. Ci guardavano allibiti mentre scartavamo le sorprese accovac-
ciati lungo i marciapiedi del rione di Scoglietto. Da quei pacchi miraco-
losi uscivano tante scatolette di ciuinghi: le gomme americane a forma
di sigaretta, alcune paia di calze di nylon, del caffè, qualche cappottino
smesso avvolto in carta luccicante, copie di fotoromanzi insieme all’im-
mancabile Settimana enigmistica."
Pubblico.
Giardin Pubblico.
Tutto era, nella mia testaccia e nella testolina di mia madre, italiano: e tutto doveva rimanere inconsciamente lì.
[...] A scuola, una delle quattro italiane della mia città, mi hanno imposto di leggere “Pinocchio”, il libro “Cuore”… ho sudato sulle Antologie diletteratura italiana del Petronio.
Ho guardato la Rai: “Topo Gigio” e “Carosello”.
Ma le scarpe, quelle scomode e dure della plastica Borovo, erano decisamente slave.

9 febbraio 2018

Škampi na buzaru (scampi alla busara)

La bùsara è una pentola di coccio che veniva usata a bordo delle navi e gli scampi alla bùzara sono un saporito guazzetto di scampi.
busara buzara
Cosa significhi il termine bùsara o bùzara non è ancora molto chiaro, ma
la versione più accreditatavede la bùsara era quel recipiente in ferro che
a bordo dei pescherecci si usava per cucinare i pasti dell'equipaggio.
Si fanno saltare gli scampi assieme a cipolle dolci, aglio, olio d'oliva e prezzemolo tritato. Viene anche aggiunta salsa di pomodoro allungata con acqua o vino bianco.
E il brodo di cottura che se ne ottiene viene anch'esso chiamato bùsara.
Gli scampi cucinati alla bùsara venivano abitualmente mangiati con le mani e erano accompagnati da pane fresco, che serviva per "fare la scarpetta".
scampi
Gli scampi alla bùsara sono una preparazione marinara le cui origini, che si perdono nel tempo, sono probabilmente dalmate e istriane e che poi si è diffusa in tutto l'alto Adriatico. Nella foto: scampi già ripuliti e pronti per finire nella busara alla pescarìa di Rialto a Venezia.


31 gennaio 2018

Certi inverni glaciali nella baia di Buccari

Anche Buccari/Bakar, come la temperata Abbazia/Opatija, si affaccia sul grande Golfo del Quarnaro. Ma a volte il suo clima invernale sa essere molto più continentale. Non succede tutti gli anni, però...
buccari bakar
L'aria è tersa e gelida. L'acqua di mare gela a -6 gradi centigradi, così mi dice Fiore, lussignano con una carriera come ufficiale di macchina della Jugolinija.

27 gennaio 2018

Fiume, il brillante porto ungherese dell'impero asburgico (erano gli anni della Rivoluzione Industriale)

Trieste all'Austria e Fiume all'Ungheria: i due regni dell'impero bicipite di Francesco Giuseppe e Sissi (che s'atteggiava a protettrice degli ungheresi) avevano entrambi bisogno di un porto aperto sull'Adriatico.
fiume rijeka
Mappa ungherese della Modruško-riječka županija (Regione Modruško-Rijeka), istituita nel 1886 nel quadro del riassetto amministrativo della Frontiera Militare antiturca, che veniva così abolita. Il nuovo assetto rimase in vigore fino al 1922.
fiume rijeka
Il confine austro-ungherese correva nella prima peri-
feria Ovest di Fiume. Tra Drenova e Zamet. Di là era
Austria e anche Trieste era austriaca. Gli ungheresi si
mostrarono filo-italiani, perchè nei filo-austriaci croa-
ti videro un pericolo maggiore.
Lo sbocco a mare era fondamentale per le rispettive economie ed è su questo sfondo geo-politico che vanno collocati gli anni della Belle Époque fiumana, quegli anni a cavallo del Novecento che parevano proiettati verso un luminoso futuro ma che sboccarono nella prima guerra mondiale.
Il Regno di Ungheria l'amministrò in epoca moderna a partire dal 1867, rispettandone l'antica  natura di "corpus separatum" e privilegiando l'etnia italiana rispetto alla croata, considerata austriacante.
La Fiume della modernità fu creata dagli ungheresi: il suo porto, i suoi traffici, i suoi caffé, i suoi teatri e in generale l'intero ambito cittadino, che era progredito, civile e moderno.
I grandi caffé con le loro torte Dobosz, le trattorie dove si mangiava Gulyas e palacinche, i grandi alberghi del Litorale dalla ricca e cosmopolita clientela, i grandi armatori di Lussino (i Cosulich) e i commercianti di Fiume che avevano uno sguardo internazionale e aprivano filiali a Shanghai come a Buenos Aires.

18 gennaio 2018

Dal diario di un rastrellatore a sua insaputa

Per dare l'idea di come molti italiani d'Istria fossero dei fascisti senza saperlo. Ecco per esempio Torquato, rastrellatore a sua insaputa.
Istria
Tra le molti stragi dei rastrellatori nazi-fascisti la peg-
giore fu la strage di Lipa (un piccolo paese contadino
fra Fiume e Trieste).
Dintorni di Fiume, ottobre 1944. Sono passati 12 mesi dai primi grandi rastrellamenti e rappresaglie nazi-fasciste.
Di sentimenti fascisti, Aldo Quattrocchi è una testa calda, un tenente ventenne strafottente e incline alla insubordinazione che presta servizio agli ordini di Giuseppe Porcù, il sardo che comanda la 61a Legione dei Carabinieri. "Carnaro" dove Aldo Quattrocchi presta appunto servizio.
Ormai anziano, negli anni '90, Quattrocchi scrive mischiando i propri ricordi con i luoghi comuni della pubblicistica fascista che s'erano accumulati negli anni:

Ma ecco l'interessante testimonianza di un fascista rastrellatore (Torquato Dalcich, anagramma di Aldo Quattrocchi).
SEJANE -  7 ottobre 1944 – Ho raggiunto in mattinata questo squallido paesetto della Ciceria, il che non vuol dire che ne abbia i requisiti perché “NON” esiste più da oltre cinque mesi ed il luogo

10 gennaio 2018

Le targhe automobilistiche di Fiume

Sotto il ventennio mussoliniano la città di Fiume e il suo entroterra vennero eretti allo status di provincia del Regno d'Italia.
provincia di Fiume
La sigla che identificava la Provincia di Fiume sulle targhe era FU.
La provincia di Fiume o provincia del Carnaro è stata una provincia del Regno d'Italia esistita dal 1924 al 1945.
Aveva come capoluogo la città di Fiume e prendeva nome dal golfo del Carnaro o Quarnaro.
La sua targa automobilistica fu FM, dopo un primo utilizzo sperimentale della sigla FU.
Il capoluogo della provincia, la città di Fiume, fu annessa all'Italia col Trattato di Roma del 27 gennaio 1924, e la formale annessione italiana si ebbe il 22 febbraio 1924.
Provincia di Fiume
La Provincia di Fiume in una mappa del 1936. Oltre al centro cittadino (la parte oltre fiume entrò a far parte del Regno di Jugoslavija) la provincia inglobò i comuni costieri della Liburnia istriana e l'interno centro-orientale della penisola istriana.







4 gennaio 2018

Le venderigole di Trieste

Le venderìgole stazionavano al mercato di Ponterosso, dove vendevano soprattutto frutta e verdura. Queste venditrici ambulanti erano donne 
Le venderigole e le mlekarice non erano attive solo in Ponterosso.
del popolo, ed erano combattive, decise, rumorose.
Esercitavano proprio dietro il palazzo del comune, nella piazzetta che si chiama Piazza Piccola.
C’erano poi le pancogole, che vendevano il pane, (fatto rigorosamente solo con le farine del comune, altrimenti erano guai). 
Le venderigole di Piazza della Legna (Piazza Goldoni). Una disanima dei mercati triestini è nel blog RighevagheIn questi mercati all'aperto si potevano trovare anche prodotti conservabili, come formaggio, carne e pesce sotto sale, stoccafisso e sarde en savor. Negli anni Trenta venne inaugurato il grande mercato coperto sulle rive e i banchetti non furono più esposti al sole estivo e alla bora invernale.